ICT World: la storia di Andrea Spitale, studente di ingegneria informatica del Politecnico di Torino

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Pubblicato 28 Luglio

In questa rubrica, Tutored ha raccolto le storie di brillanti studenti in ambito informatico, provenienti dalle migliori università italiane.

 

Tutored è il punto di incontro tra studenti, giovani laureati e aziende. All’interno della nostra piattaforma, i membri hanno la possibilità di scoprire gli sbocchi lavorativi in base al loro percorso di studi, conoscere grandi aziende e candidarsi alle numerose opportunità di stage, lavoro e graduate program. La nostra community è formata da giovani uniti dall'ambizione. Su Tutored, raccontiamo le loro storie ed esperienze, con l'obiettivo di ispirare i più giovani e dare un'idea concreta del mondo del lavoro.

 

Innanzitutto, ti chiederei di presentarti come persona, focalizzandoti in particolare sui tuoi interessi, le passioni e le ambizioni che hai avuto sin da giovane, e che ti hanno portato a studiare al Politecnico.

 

Ritengo di essere una persona solare, il cui grande scopo nella vita è sempre stato quello di aiutare gli altri. Sono cresciuto in un contesto familiare in cui lo studio e l’applicazione delle ultime tecnologie è sempre stata supportata. In particolare. ho iniziato ad avvicinarmi ai computer quando ero un bambino, credo 8 o 10 anni al più. Durante l’adolescenza non avevo sviluppato particolari abilità, ma mi divertiva esplorare e capire, anche senza poi metter in pratica quanto imparavo. L’unica cosa che sapevo fare era assemblare computer fissi, mi stuzzicava l’idea del dover progettare qualcosa che fornisse un certo tipo di prestazione e rispettasse un determinato budget, e lo stimolo costante di mio zio e mio padre, entrambi appassionati, è stato fondamentale: a metà del mio percorso liceale, presi la scelta di intraprendere un percorso universitario ingegneristico. Il Politecnico di Torino era sicuramente un sogno al tempo, che non avrei mai potuto raggiungere senza il supporto dei miei genitori.

 

Come ti sei trovato al Politecnico? Quali sono i progetti didattici più interessanti a cui hai preso parte?

 

Direi che mi sono trovato molto bene. La qualità degli insegnamenti è alta e la strumentazione messa a disposizione degli studenti eccelle, ma voglio anche dire che non è oro tutto ciò che luccica. Voglio solo dire che i liceali dovrebbero valutare l’iscrizione al Politecnico di Torino solo se veramente convinti di voler diventare ingegneri, perche’ il percorso è molto insidioso e il Politecnico deve fare ancora molta strada, deve migliorare e rinnovare programmi e metodi di insegnamento ormai obsoleti. Comunque, ci tengo a sottolinearlo, questa critica è rivolta solo ad alcuni insegnamenti, ed è assolutamente costruttiva.

Consiglierei il Politecnico soprattutto a chi vuole fare nuove amicizie, lasciare la propria regione, e vivere fin da subito in autonomia, perchè la vita da fuorisede mi ha forgiato e cambiato. Tra i progetti degni di menzione, vorrei citare quello della professoressa Mariagrazia Graziano e dei professori Guido Masera e Maurizio Martina. I corsi, rispettivamente denominati “Microelectronic Systems” e “Integrated Systems Architectures” appartengono al percorso di studi magistrale “Embedded Systems”, e vertono entrambi sulla progettazione di architetture hardware di complessità varia, e sono stati i veri pilastri su cui ho costruito, e continuo oggi a costruire, il mio lavoro all’estero.

 

Potresti raccontarci di una (o più di una) tua esperienza extrauniversitaria, particolarmente rilevante per la tua formazione? Uno stage, un erasmus, un progetto, un’esperienza di volontariato, una passione particolare…

 

Purtroppo non ho avuto queste possibilità. A fine triennale ero in ritardo di un paio d’anni, e ho quindi volutamente evitato lo stage curriculare, che sarebbe comunque stato poco utile ai fini dei miei studi successivi, dato che ho studiato ingegneria informatica in triennale e mi sono spostato sul ramo elettronico in magistrale, per quanto il percorso Embedded Systems esista sia per gli informatici che per gli elettronici. Al secondo anno di magistrale, invece, la pandemia mi ha praticamente impedito di partire, nonostante i miei numerosi contatti e tentativi.

 

Raccontaci di una ambizione per il futuro: cosa pensi di fare dopo il Politecnico? Dove ti piacerebbe andare a lavorare? Quali pensi che siano gli step necessari per arrivarci?

 

Verso la fine del percorso di laurea triennale mi resi conto che non volevo limitarmi all’informatica, ma che l’elettronica mi affascinava altrettanto. Per questo ho intrapreso il percorso “Embedded Systems” per la magistrale, perchè volevo fare di più, volevo progettare e allo stesso tempo non volevo rinunciare a nessun aspetto nè dell'elettronica nè dell’informatica. A metà magistrale decisi che volevo fare il Digital Designer, che nel nosto ambito è una figura responsabile della progettazione a “basso livello” di moduli logici, digitali o analogici, che vanno poi a costituire i “chip” di cui tanto si sente parlare in questi anni.

Purtroppo in Italia pochissime aziende producono chip, direi 2 o 3, e al nord ce ne è soltanto una. Dato che sono riuscito a raggiungere il mio obiettivo, e lavoro per una grossa azienda all’estero, credo che ciò che serve per riuscirci sia coraggio, determinazione e passione. Bisogna insistere continuamente.

 

Quindi hai già avuto un contatto col mondo del lavoro? Ti va di raccontarcelo nel dettaglio?

 

Si, ho ottenuto il mio primo impiego ad Aprile, come Digital ASIC Design Engineer presso Qualcomm, in Irlanda. Premesso che non posso dire a cosa lavoro, ma posso dire qualcosa sull’ambiente di lavoro: e che dire, è fantastico. Non tornerei in Italia, perchè l’estero offre tantissimo rispetto a questa, e noi giovani dovremmo avere il coraggio e la determinazione di perseguire le nostre passioni e i nostri sogni lontani da casa.

 

Se la ritieni interessante, ti va di parlarci del tuo progetto di tesi di laurea?

 

La mia tesi di laurea magistrale verteva sull’interfacciamento di due sistemi digitali, un System on Chip (SoC), ovvero un circuito digitale che consta di uno o più processori, accompagnato da diverse periferiche e moduli logichi che svolgono funzioni ben specifiche, e un acceleratore di reti neurali di terza generazione, dette Spiking Neural Network. Senza dilungarmi nei dettagli, l’obiettivo era quello di far comunicare il primo con il secondo, di modo che l’acceleratore potesse occuparsi di operazioni molto complesse per un generico processore general purpose, e che potesse, a differenza delle reti neurali di generazioni precedenti, svolgere le operazioni con un bassissimo consumo energetico, grazie alle differenze di funzionamento dello stesso acceleratore rispetto ai suoi predecessori. Ciò si renderà necessario per rendere realizzabili dispositivi come le “Retina Cam”, in ambito Internet of Things (IoT).

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