Il co-viewing diventa virtual: così l’innovazione digitale migliora la UX dei contenuti video

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Pubblicato il 31 Dicembre 2020

Osservatori Digital Innovation

Dal cinema alla televisione, la socialità è da sempre un perno nell’esperienza di fruizione di contenuti video. Nel corso degli anni la trasformazione digitale ne ha però rivisto le forme. E oggi, complice la pandemia, siamo di fronte a una nuova possibile evoluzione.

Cosa si intende per co-viewing
Ma facciamo un passo indietro: il fenomeno di socialità più tradizionale è da sempre il co-viewing, ossia trovarsi fisicamente per guardare assieme (in famiglia o tra amici) lo stesso contenuto video, che siano film/serie TV o spettacoli/eventi sportivi. Un comportamento tuttora valido, nato con la televisione tradizionale e ora praticato, seppur con minor intensità, anche per i contenuti presenti sulle piattaforme SVOD. Una ricerca condotta da Nielsen e Roku (HW provider americano) evidenzia infatti che il 48% della popolazione statunitense pratica co-viewing per contenuti della programmazione lineare televisiva. Mentre “solo” un 34% lo pratica con il catalogo presente sulle piattaforme OTT.

Il co-viewing ai tempi del Covid-19: nasce il "virtual co-viewing"
Nel corso del 2020, però, le occasioni di co-viewing “fisico” sono venute meno a causa delle limitazioni imposte dall’emergenza sanitaria. E ora, a soddisfare questa esigenza ci pensa – o quantomeno ci prova – la tecnologia, aprendo di fatto a nuove opportunità di mercato.

Parliamo infatti del “virtual co-viewing” (o social viewing), ossia di ambienti virtuali in cui gli utenti possono ritrovarsi per visionare contemporaneamente lo stesso contenuto video e discuterne/commentarlo attraverso i sistemi di chat. Una nuova feature presa in considerazione in diverse forme dalle principali piattaforme video: alcuni dei grandi player SVOD (Hulu, Amazon Video, Disney+, Netflix, Twitch) hanno lanciato nel corso del 2020 delle soluzioni native che permettono all’utente di creare una stanza in cui invitare un numero massimo predefinito di amici per guardare il film sincronizzato in playback.

Hulu è stata la prima piattaforma a lanciare la funzionalità Watch Party, seguita nei mesi successivi dal lancio di Amazon Video Party (successivamente integrato in Twitch e ora presente anche in Italia) e dall’uscita di GroupWatch di Disney+. Netflix è di recente passata alla soluzione nativa con Teleparty, mentre inizialmente utilizzava un’estensione browser. Soluzione, quest’ultima, usata anche da player non propriamente del mondo video, come Kast, Metastream e TwoSeven; si tratta nella sostanza di soluzioni che consentono di condividere lo schermo per poter fruire insieme qualsiasi contenuto digitale.

Il virtual co-viewing anche sui social

Inoltre, il virtual co-viewing ha colto l’interesse anche dei Social Network con sperimentazioni da parte di Facebook su Watch, la sua piattaforma video, con integrazioni su Messenger e Instagram.

Un’ondata di innovazione che porta con sé anche un altro interessante aspetto, ossia l’utilizzo della chat integrata – elemento chiave e fondamentale del servizio - che in qualche modo rappresenta un’evoluzione naturale del second screen abilitato anni fa dai dispositivi mobili (Smartphone e Tablet) e che portò i broadcaster a sperimentare – senza particolare successo - soluzioni e applicazioni per catturare download, traffico e preziosi dati (anagrafici e comportamentali) degli utenti.

Insomma, siamo davanti a una innovazione della User Experience che arricchisce il servizio offerto al consumatore e che diventa una nuova arma competitiva, in termini sia di acquisizione clienti (nelle soluzioni OTT per poter entrare nella stanza occorre essere abbonati) sia di fidelizzazione. Negli Stati Uniti la nuova funzionalità si sta diffondendo in maniera interessante, mentre in Italia l’offerta deve ancora prendere piede, ma presto potrebbe dare una nuova scossa all’arena competitiva.

Samuele Fraternali, Direttore Osservatorio Digital Content