Contratti di lavoro spiegati in modo semplice: mini guida per orientarsi tra le differenze

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Pubblicato 6 Maggio

Che differenza c'è tra un contratto a tempo determinato, indeterminato, apprendistato o stage?


Conoscere la differenza tra uno stage, un apprendistato, un contratto a tempo determinato o indeterminato può aiutare a capire che tipo di obblighi e diritti si hanno davvero sul posto di lavoro. Specie se si è appena usciti dall’Università e non si ha esperienza dei dettagli di ingaggi, del proprio ruolo in azienda o nei confronti di un cliente, dei propri diritti in termini di paga, stipendio, ferie.

Per questo qui a Tutored, grazie all’esperienza maturata analizzando le modalità di ingaggio del nostro network - composto da oltre 50 multinazionali e aziende e 400 mila profili in cerca di occupazione - abbiamo pensato di realizzare una mini guida che spieghi in modo semplice le differenze tra i vari tipi di contratto.


Stage o tirocinio formativo


Partiamo dal livello base: lo stage o tirocinio formativo. Il primo errore da non commettere è considerarlo un contratto di lavoro. Non lo è, nel senso che non è sottoposto alle stesse norme previste per le assunzioni. Lo stage infatti ha principalmente uno scopo formativo ed educativo, tanto da essere inserito nel programma di alternanza scuola-lavoro. Le sue caratteristiche principali sono:

- La presenza di un tutor all’interno dell’azienda che faccia da referente per la formazione dello stagista;

- Un compenso mensile o di un rimborso spese, divenuti obbligatori in Italia a partire dal 2013. Può variare da 250 a 1000 euro al mese circa. Se il compenso o il rimborso non è previsto allora non possiamo parlare di stage ma di lavoro nero;

- La definizione di un monte ore di stage settimanale o mensile da svolgere comunque entro il periodo di formazione;

- La breve durata, che può andare da tre fino a massimo 12 mesi non rinnovabili;
uno scopo, che è quello di imparare a relazionarsi con mansioni, task, rispetto delle regole aziendali e obiettivi fissati dalla società;

- La possibilità di svolgerlo anche mentre si frequenta la scuola o l’Università (stage curriculare con rilascio di crediti formativi). In questo caso sono gli uffici di job placement delle accademie a predisporre documenti e certificazione della formazione lavorativa di concerto con le aziende.

Importante: anche se esistono norme nazionali, sono le Regioni a definire modalità e criteri di erogazione dello stage e che le aziende devono seguire (in questo articolo trovi tutte le normative esistenti nelle principali regioni italiane).


Infine, le tasse: anche i compensi ricevuti tramite stage possono essere soggetti a tassazione. Ma solo se lo stagista in Italia percepisce più di  8.145 euro in un anno. Al di sotto di quella soglia infatti non dovrà presentare dichiarazione dei redditi. I rimborsi spese invece non sono mai tassati. 

 

Apprendistato


A differenza dello stage, l’apprendistato è un vero e proprio contratto che ha come obiettivo - sempre che ci siano le condizioni - l’inserimento in azienda del candidato. Dura in genere fino a 3 anni - per alcuni mestieri fino a 5.  Se e solo se  alla fine del periodo di formazione il contratto non viene sciolto, si tramuta automaticamente in un contratto a tempo indeterminato.

Non si tratta solo di un rapporto formativo ma di un vero e proprio test per capire se l’apprendista possa essere assunto dopo un training che coincide con il lavoro vero proprio. Ciò vuol dire, ad esempio, che un neodiplomato tecnico può iniziare a formarsi con lo stage e poi ricevere dalla stessa azienda alla fine del periodo di formazione una proposta di contratto di apprendistato con maggiori responsabilità e task e un minimo di autonomia in più - anche se, come per lo stage, anche nell’apprendistato esiste un tutor o referente. 


Sono tre le formule di inquadramento possibili:

1. Apprendistato per la qualifica professionale, che può durare fino a tre anni ed è rivolto a giovani fino a 25 anni.

A differenza dello stage, infatti, questo apprendistato è una condizione formativa obbligatoria per ottenere una qualifica professionale (pensate agli chef o ai parrucchieri);


2. Apprendistato professionalizzante o contratto di mestiere, molto utilizzato nel campo dell’edilizia, delle telecomunicazione - pensate agli operai specializzati -  e dell’industria manifatturiera. L’espressione sembra simile alla prima ma in realtà indica il contratto di lavoro rivolto a una fascia più “matura”, i giovani fino a 29 anni.

Di fatto è un vero proprio contratto di assunzione: implica cioè che l’apprendista sia trattato come un lavoratore in grado di portare avanti compiti e mansioni uguali a quelli di chi ha il posto fisso. A differenza del percorso per la qualifica professionale, infatti, il contratto di mestiere è regolato dai Contratti Collettivi Nazionali di Lavoro.

Ad esempio, un artigiano orafo può lavorare con questo tipo di inquadramento, regolato dalla CCNL Orafi e Argentieri. Cosa cambia? Anzitutto le tutele, più forti, e i compensi: lo stipendio di un apprendista non può essere abbassato troppo rispetto ai livelli minimi previsti dalle tabelle retributive (scopri di più qui).


3. Apprendistato di alta formazione e ricerca, vale a dire il contratto di inserimento in azienda che però è frutto della collaborazione tra un’Università o ente di ricerca e un’azienda o gruppo imprenditoriale. 

Il caso classico sono i laboratori di chimica farmacologica universitaria che possono “prestare” i loro studenti, o dottorandi di ricerca a un’azienda farmaceutica per la realizzazione di una sperimentazione specifica. Ma anche le accademie o scuole di formazione post laurea possono offrire questo tipo di inquadramento durante il percorso formativo.


Contratto a tempo determinato


Come indica l’espressione stessa, questo contratto riguarda le assunzioni limitate a un determinato periodo di tempo. Significa che per tutta la sua durata il lavoratore gode di tutele e diritti previsti da un normale contratto a tempo indeterminato - come le ferie e la malattia pagate, uno stipendio fisso, il congedo parentale e l’assicurazione anti infortuni - ma l’impresa può anche decidere di non rinnovare il contratto alla fine dell’anno.


Con le regole introdotte dal Decreto Dignità, infatti, questo contratto che in genere dura 12 mesi è rinnovabile solo per altri 12 per un massimo di 24 mesi (Gi Group ha preparato una semplice scheda riepilogativa che spiega come funziona il determinato).


Dopodiché, se l’azienda vuole continuare a far lavorare quella persona, deve passare a un contratto a tempo indeterminato. Esistono eccezioni (qui maggiori dettagli): ad esempio, i lavoratori stagionali possono prorogare il contratto in modo automatico, inoltre anche dopo i 24 mesi se lavoratore e datore sono d’accordo possono stipulare un nuovo contratto - vale a dire con un obiettivo e mansioni diverse dall’originario - e continuare il rapporto a tempo determinato.


I dati Istat dicono che nel primo anno dall’introduzione del decreto dignità, molti rapporti di lavoro sono passati da determinato a tempo indeterminato. Purtroppo però le aziende possono non rinnovare oltre i 12 mesi contratto, proprio per evitare di incorrere nell’obbligo di dover poi assumere a tempo indeterminato il dipendente.


Essenzialmente le caratteristiche del tempo determinato sono queste:

- Il contratto prevede sempre un limite temporale;

- Questo limite può essere rinnovato, ma solo in base alle condizioni di legge

- Obblighi, mansioni, diritti e tutele sono le stesse previste per un contratto a tempo indeterminato, salvo chiaramente la garanzia del posto fisso perpetuo;

Non va confuso con il contratto part-time che riguarda invece le ore settimanali di lavoro. Si può ottenere un contratto anche a tempo indeterminato, ad esempio, ma che preveda solo mezza giornata di impiego per tutta la settimana.


Contratto a tempo indeterminato


Si tratta del contratto per eccellenza nonché la forma che prima della crisi del 2008 era la più comune nel mondo del lavoro: oggi chi lo ottiene può perdere il posto solo per licenziamento o per dimissioni volontarie o perché va in pensione e non perché il rapporto di lavoro scade. 


In genere è l’ultimo stadio dei contratti di lavoro, cioè è molto probabile che sia offerto solo dopo un periodo di stage o, come abbiamo visto, può essere il risultato automatico della trasformazione di un contratto a tempo determinato o di apprendistato quando non vengono sciolti prima della fine del periodo massimo di durata. Se potessimo riassumere le caratteristiche di un contratto a tempo indeterminato, queste sarebbero:

- L’elevato grado di tutela e garanzie dal posto di lavoro. Un aspetto che però non deve trarre in inganno visto che in caso di crisi o chiusura dell’azienda, il rapporto di lavoro può interrompersi;

- La possibilità che le clausole e le condizioni siano guidate da un contratto collettivo nazionale di lavoro stipulato per il settore di riferimento - ad esempio Commercio e Terziario - dalle sigle sindacali maggiormente rappresentative (Cgil, Cisl e Uil e le loro divisioni specialistiche). Ciò vuol dire che ad esempio non si possa essere sottodimensionati rispetto a quanto stabilito dal CCNL o che non si possa ricevere uno stipendio più basso di quello previsto dalle tabelle delle retribuzioni - i cosiddetti livelli, come quadro, dirigente ecc..

- L’inserimento in uno schema di tutele statali che si attivano in caso di crisi economica del paese oppure dell’azienda o dell’ente pubblico. Ad esempio, la cassa integrazione che è un contributo statale sostitutivo dello stipendio.


A proposito di compensi, uno dei benefit del contratto a tempo indeterminato è la previsione di uno o due stipendi in più rispetto alle dodici mensilità. La cosiddetta tredicesima e quattordicesima.  In generale, qualunque sia il tipo di contratto, diventare dipendente significa non dover gestire incombenze burocratiche e fiscali che riguardano la propria posizione - se non per alcuni passaggi minimi. Questo spiega ad esempio perché nella busta paga si vede un compenso lordo e un compenso netto: il lavoratore incassa sempre il netto, più basso dello stipendio lordo, perché la restante parte è ciò che l’imprenditore o aziende o ente versa allo Stato sotto forma di contributi pensionistici, e tase. 


In gergo, quando viene proposto lo stipendio annuale si parla di RAL, cioè di retribuzione annuale lorda e non bisogna fare l’errore di credere che, ad esempio, 30 mila euro di RAL corrispondano a 30 mila euro incassati: lo stipendio netto sarà di circa la metà. 


Alcune aziende, come Facebook, prevedono anche un bonus di entrata di diverse migliaia di euro per dare modo al neo lavoratore di pagare le spese di inzio lavoro (un eventuale  trasferimento in una città diversa, l’affitto di una casa ecc..).


Consigli


1. Prima di firmare un contratto di stage, apprendistato o di altra natura è sempre bene farlo leggere a un esperto, o consulente del lavoro privato oppure tra quelli messi a disposizione da sindacati e patronati;

2. Le aziende di recruiting, come Adecco, curano l’intero processo di sottoscrizione di un contratto, dalla A alla Z quindi rispondere a una job offer pubblicata dalle agenzie garantisce anche una consulenza professionale gratuita sul contratto di assunzione.


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