Tutored incontra Guido, Financial Analyst in Amazon

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Pubblicato 15 Febbraio

Le esperienze accademiche e professionali di Guido


Tutored è il punto di incontro tra studenti, giovani laureati e aziende. All’interno della nostra piattaforma, i membri hanno la possibilità di scoprire gli sbocchi lavorativi in base al loro percorso di studi, conoscere grandi aziende e candidarsi alle numerose opportunità di stage, lavoro e graduate program. La nostra community è formata da giovani uniti dall'ambizione. Su Tutored, raccontiamo le loro storie ed esperienze, con l'obiettivo di ispirare i più giovani e dare un'idea concreta del mondo del lavoro.

In quale università hai studiato e quale percorso di studi hai scelto? 


Il mio percorso di studi è un po’ uno zapping prima per l’Italia e poi per l’Europa. Da siciliano, mi sono laureato  in Economia e Management a Trento, e per la magistrale continuato con un’area ‘tecnica’ scegliendo Corporate Finance in LUISS a Roma.

Da lì sono entrato nel QTEM Masters Network Program, un titolo parallelo  con un forte focus sulle materie analitiche e quantitative, nel mio caso diviso tra EDHEC (Nizza) e Goethe  (Francoforte), che mi ha permesso di potenziare il profilo con corsi specializzati ora di M&A, ora di Data Science, Machine Learning, ora di derivati e mercati finanziari. 


Hai svolto parte del tuo percorso universitario all'estero: quali mete hai scelto e perchè? Quanto è importante secondo te svolgere un periodo di studi fuori dall'Italia e dalla propria comfort zone? E quanto è pesato il problema della lingua? 


L’EDHEC è stata la scelta più ovvia: un po’ per il Master in Financial Markets (all’epoca della scelta, il primo  al mondo secondo il Times Higher Education), un po’ perché Nizza offriva la possibilità di studiare letteralmente  accanto alla spiaggia e, con il giusto gruppo di amici, si superava anche la monotonia del periodo invernale. Anche in Goethe a Francoforte non mi sono fatto mancare nulla: come contenuti, spaziavo da corsi di M&A che diventavano veri e propri coaching con scadenze serrate che cercavano di replicare quelle degli analisti,  a corsi di Machine Learning, che all’epoca erano molto più rari che adesso. La città era un incrocio molto  peculiare: da un lato era la capitale finanziaria di uno degli stati più importanti d’Europa, dall’altro un tipico  ‘piccolo’ borgo continentale con le sue tradizioni di paese. 

Andare fuori e confrontarsi, che sia in una regione diversa o un altro continente, è sempre importante: lo si  può fare da turisti, portandosi a casa una bella esperienza, o più ‘da ospiti’, confrontandosi con le altre realtà, aprendosi e cercando di prendere il meglio della cultura del posto in cui si va e facendola propria; io preferisco  il secondo approccio. Ti accorgi di esserti davvero integrato quando inizi a non distinguere più un ‘noi’ e un ‘loro’, e magari inizi a fare riferimento agli amici di altri paesi che hai conosciuto in scambio con la stessa attitudine con cui ti riferisci agli amici di sempre. Ovviamente, qualunque sia l’approccio che si sceglie, bisogna  mettere a budget anche qualche ‘esperienza fuori dalle righe’… (libero sfogo all’immaginazione per l’interpretazione). 

Dall’altro lato, però, mi sento di mettere in guardia dal peccato dell’esterofilia. Andare all’estero è sicuramente  un’esperienza di vita particolare che consiglio a tutti, e in tanti casi ci si portano a casa alcuni dei ricordi più  belli, ma andarci ‘a tutti i costi’ per l’avventura o anche semplicemente perché è ‘all’estero’ potrebbe portarci  a ‘sacrificare’ concetti che, se non si fanno sui banchi, lasciano lacune che non si copriranno più, anche quando  questo ci viene presentato come un modo per ‘salvare la media’. Insomma, consiglio di pianificare bene. 

Per le lingue, sinceramente non mi sembrano un limite così insormontabile. Io consiglio di rinforzarle prima di partire, anche facendo commitment a imparare a piccole dosi seguendo un corso durante l’anno; le possibilità di migliorare una lingua sono molto più alte partendo da un livello medio piuttosto che cercando di imparare tutto lì, e imparare a fare un po’ di time management per trovare il tempo per un altro interesse (in questo caso, l’inglese o la lingua del paese di scambio) è una soft skill che torna utile per il futuro. Oltre all’inglese, io  consiglio di maturare un po’ di basi della lingua del paese in cui si va: la qualità delle informazioni che si ottiene parlando alle persone nella loro lingua nativa è molto più alta.

Uscire dalla comfort zone vuol dire abbandonare l’ambiente in cui siamo cresciuti e siamo più a nostro agio per sfidare i nostri stessi limiti, e se si va all’estero è anche necessario farlo in un’altra lingua. È un gran bel  salto, pieno di momenti felici ma anche di sforzi: si trovano esperienze di vita, si conoscono persone  eccezionali, si iniziano ad adottare ad abitudini nuove e a percepire come parte di sé culture ‘estranee’; in una  parola, si diventa più adattivi, e se è vero che non abbiamo dietro l’angolo le persone a cui siamo più legati, di  contro impariamo ad apprezzarle quando torniamo, e inizieremo a farci mancare delle altre persone,  conosciute fuori, che spesso avranno un che di unico. 


Quale attività extra-universitaria pensi sia stata davvero importante per la tua carriera?


Non credo che ce ne sia una in particolare. Credo che l’importante sia stato non rimanere fermo, trovare un  interesse che veramente mi piaceva e coltivarlo. Nel mio caso, ho partecipato al New York MUN (simulazione  diplomatica dell’ONU), partecipato ad un laboratorio sui fondi Europei, fatto il Marketing Manager per  l’associazione di studenti del QTEM, e per un certo periodo mi sono appassionato alla programmazione e ho lavorato su piccoli progetti su miei interessi.

Anziché chiedersi soltanto ‘mi serve per la carriera?’ credo che in parallelo bisogna anche pensare ad altre due domande: ‘Esiste la possibilità che fare X possa piacermi?’ e ‘Partecipare all’iniziativa X mi fa sentire arricchito?’; se la risposta è “sì” a tutte e tre le domande e ritenete di avere abbastanza tempo per pensarci, buttatevi a mani basse; se inizia a spuntare qualche “no”, vorrà dire  che forse non era l’iniziativa giusta.


Oggi lavori in Amazon: come ci sei arrivato e come si sono svolte le selezioni?


Da Amazon sono entrato come Intern, e successivamente ho ottenuto un contratto a tempo indeterminato  come Financial Analyst.  

Per l’internship, la procedura è stata delle più ‘classiche’: prima l’application sul portale e screening del CV,  poi un’interview registrata basata in parte su domande di carattere personale o di approfondimento delle competenze ed in parte su un caso di analisi dati su Excel. 

Ovviamente, in questi casi, la forma non è il contenuto, ma avere un metodo chiaro di presentazione (loro stessi suggerivano di usare il metodo STAR – Situation, Task, Actions, Result) e qualche esempio di vita in cui si esaltano questa o quella capacità di gestire circostanze diverse aiuta molto.  

Per Amazon specificatamente, veniva prestata tantissima attenzione ai Leadership Principles su cui si fonda il modo di lavorare in Amazon, e l’aderenza del mio modo di interfacciarmi ai problemi durante l’università e lo  stage che avevo fatto precedentemente. 

Da ultimo, passata anche questa seconda fase, ho svolto dei colloqui con un certo numero di analisti  dell’azienda, dopo i quali pochi giorni dopo mi è stato notificato per mail il verdetto che ho felicemente portato a casa. 

Dall’interno la selezione è leggermente diversa: l’impressione allo stage è stata senza dubbio determinante, ed è stata un’esperienza interamente basata su interview dirette, senza casi da risolvere su Excel o domande videoregistrate. 


Di cosa ti occupi in qualità di Financial Analyst in Amazon?  


Fare il Financial Analyst in un’azienda come Amazon è un’esperienza un po’ fuori dalle righe, per certi versi: parlando in generale, spesso e volentieri ci si interfaccia con una mole enorme di dati, e spesso avere un po’ delle famose IT Skill, oltre a produrre apprezzamenti durante il colloquio, aiuta molto anche nel lavoro.

Parlando in particolare del team in cui mi trovo, è un ambiente molto stimolante e, come spesso succede in una multinazionale che innova in continuazione, è strutturato come una start-up: offriamo un servizio di  logistica e trasporti ad attività commerciali terze, che per il momento in Europa esiste solo da pochi anni e solo in Regno Unito.

Di norma, mi occupo di pubblicazione e monitoraggio di alcuni KPI per misurare la performance, ma il lavoro è pieno di analisi fatte ad hoc su problemi o possibilità di crescita che osserviamo nascere e svilupparsi di giorno in giorno, che fino al giorno prima non c’erano o che non avevamo considerato.  

Anche se non è la mia attività principale, non manca anche qui un po’ di sana IT: spesso e volentieri finisco a  programmare per automatizzare alcuni dei lavori o scaricare dei dati alla granularità che mi serve. 

Un consiglio che ti senti di dare a tutti quelli che vorrebbe lavorare per Amazon o una delle grandi aziende tecnologiche internazionali? 


Il discorso che sto per fare potrebbe valere tranquillamente per buona parte delle tech company come anche una buona fetta del mondo del lavoro: si fa già (non a torto) un gran parlare di potenziare le ‘soft skill’, la capacità di esposizione, di interagire con diversi stakeholder o di gestire più scadenze in parallelo; tutte cose che, intendiamoci, sono fondamentali. Cercherò quindi di dare un consiglio che fino a qualche anno fa forse  andava un po’ meno per la maggiore, almeno per gli studenti di business o finanza: potenziare le IT skills. 

Il buon Excel è forse una specie di ‘inglese’ comprensibile da chiunque faccia il lavoro al computer, ma  sicuramente è uno strumento rudimentale: saper aggiungere del codice di VBA sull’Excel, poter scrivere in SQL per scaricare, filtrare e manipolare dati da un database, programmare in R / Python per costruire algoritmi sono senza dubbio abilità apprezzate e, al momento, se non tanto rare, neanche così comuni, e potrebbero davvero diventare il fattore determinante per passare una selezione e un modo per semplificarsi la vita a lavoro.  

E anche fuori dal mondo corporate, penso che ci siano tanti ruoli ibridi in cui avere un profilo ‘ibrido’ potrebbe comunque essere un asset. Come con le lingue, anche i linguaggi di programmazione sono qualcosa su cui è meglio lavorare precocemente; basta impararne anche uno o due, per iniziare a entrare nel modo di ragionare di come si costruisce un algoritmo e non trovarsi completamente alla ‘prima volta’ quando ci sarà bisogno o voglia di imparare a usarli. 


Hai svolto un Master all’estero, lavorato in una catena di distribuzione, fatto il Research Assistant e oggi lavori in una grande azienda tecnologica: quali sono, secondo te, le principali differenze tra queste realtà? 


In primis, cambia radicalmente l’approccio. Quando studiavo (o collaboravo nella ricerca), ero più abituato a focalizzarmi su un certo numero di obiettivi, spesso concettualmente più articolati ma anche chiari, avevo delle  scadenze ben scandite che però non potevo trasgredire e l’attività assorbiva buona parte del mio tempo; a volte c’era dell’ambiguità, ma la fonte era un professore che dava qualche indicazione poco chiara o un po’ di confusione nel cercare le indicazioni della segreteria.

Lavorare è un’esperienza diversa: i problemi sono relativamente più semplici, ma anche più numerosi, e appaiono e scompaiono dall’agenda con più facilità che in università; il contesto è più ambiguo e potrebbe cambiare da un momento all’altro; a volte, le indicazioni sono generiche si deve più trovare una soluzione che risolva il problema anziché avere già un modo ‘giusto’ e quasi ‘confezionato’ di fare le cose.

Inoltre, lavorare  richiede una capacità di gestire autonomamente i propri progetti e le proprie scadenze diventando un punto di riferimento per la porzione di mansioni che si svolgono, cosa che in università non è necessariamente richiesta. 

In entrambi i casi ovviamente bisogna fare tanta pianificazione del proprio tempo e darsi delle scadenze chiare, ma a lavoro (specie in una multinazionale) non dipende interamente da noi perché bisogna interfacciarsi con i piani e le scadenze di altre persone, e il carico di lavoro può cambiare da un momento all’altro per via di un collega o un superiore che ha bisogno di questa o quell’analisi.

In università ogni tanto mi capitava di svegliarmi, decidere di studiare un paio d’ore e poi uscire per godermi il giusto riposo. A lavoro, chiaramente, questa non è interamente una decisione rimessa completamente a noi. Di contro, per lunga che possa essere la giornata e per quante pressioni possano esserci, ho sempre avuto l’impressione, salvo emergenze o periodi di picco, che a lavoro potessi permettermi il lusso di spegnere il PC e riprendere tutto il giorno dopo. 

Per quanto riguarda l’oggetto dello studio o del lavoro in sé, il discorso è analogo: nel pianificare gli studi, specialmente verso la fine, siamo noi a decidere cosa studiare, in parte perché è quello che ci piace, in parte perché è quello che riteniamo più utile per noi. A lavoro scegliamo il percorso di carriera in anche in base agli interessi personali, ma si fa quello che c’è da fare.


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