Tutored incontra Matteo, Senior Business Analyst in Amazon

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Pubblicato 19 Novembre

Dopo la laurea al Politecnico, Matteo Marascio ha iniziato un PhD all'École Polytechnique Fédérale de Lausanne, in Svizzera. Ha poi avviato la sua carriera nella Consulenza.


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In quale università hai studiato e quale percorso di studi hai scelto?


Mi sono laureato in Ingegneria Biomedica al Politecnico di Milano. In verità negli anni ho avuto la possibilità di aggiungere altri tasselli importanti al percorso di studi “classico”: Collegio di Milano e Alta Scuola Politecnica.

Entrambe sono state esperienze fantastiche. Da un alto, per la quantità di talenti straordinari con ho avuto la possibilità di interfacciarmi. Dall’altro, per aver avuto la possibilità di esplorare mondi che andavano al di là della mia confort zone da ingegnere (sono sempre stato un pò nerd). Al quinto anno mi sono spostato in Svizzera, all’EPFL per tesi ed Eramus e ci sono rimato altri 4 anni per completare il Dottorato in un incrocio tra Ingegneria dei Materiali, Ingegneria Biomedica e il mondo dell’Additive Manufacturing.

Nel 2014 hai svolto un PhD a Losanna: puoi raccontarci di questa esperienza? Ti senti di consigliare ai ragazzi e le ragazze della nostra community di svolgere un Dottorato?

Il Dottorato è stato un periodo bellissimo, e altrettanto impegnativo sotto diversi punti di vista. Io penso al PhD ancora con un pò di romanticismo. È un’esperienza molto intima e personale, che bisogna curcisi addosso. 

Ci sono tanti argomenti a favore e contro questa scelta di percorso post-laurea. Quello che mi sento sempre di dire è che dev’essere una scelta consapevole e ponderata. Fare un PhD per abitudine verso il mondo accademico o paura del volersi mettere in gioco al di fuori è controproducente, e si rischia di prendere solo in prestito del tempo dal proprio futuro, in attesa di capire quello che si vuol fare.

Un’ argomentazione che reputo importante nella scelta, è che non sempre il Dottorato dev’essere fatto avendo solo in mente la carriera accademica (una percentuale molto minima finirà per farlo in ogni caso). Ci sono tanti altri fattori che si possono mettere sul piatto della bilancia a favore di intraprendere un PhD: iniziare una carriera in un altro paese, diventare uno specialista di una particolare tecnologia, o addirittura il sogno di svilupparne di nuove in ottica imprenditoriale. Altrattento importante è sapere che, a parte casi/percorsi particolari, l’uscita verso il mondo dell’industria non sarà una passeggiata: in genere a nessuno interessa del vostro articolo su Nature (sorry!). 

L’ultimo consiglio prima di scegliere questo percorso è di informarsi e prendersi il tempo necessario a conoscere le persone che potrebbero essere i vostri futuri colleghi. Fare un PhD in un’università considerata “best in class” sicuramente aiuta il pedigree, ma la differenza per voi la faranno proprio le persone con cui lavorerete. Per cui chiedete di parlare con gli altri PhDs, con il vostro relatore e altri membri più senior del gruppo di ricerca. Soprattutto, leggete gli ultimi articoli pubblicati sull’argomento per farvi una vostra opinione! Esistono gruppi di ricerca leader mondiali in univeristà meno blasonate ed è altrettanto vero il contrario. 


Dopo la tua esperienza a Losanna, sei entrato in Bain & Company: che tipo di progetti hai seguito? Hai avuto modo di seguire progetti fuori dall'Italia?


Prima della fine del dottorato, ho iniziato a sondare varie strade: proseguire sviluppando l’idea e il brevetto nati durante il Dottorato e fondare una startup, continuare la carriera in ambito R&D in un instituto privato, o muovermi fuori dall’accademia e spostartmi verso l’industria. 

La scelta è arrivata poco prima della discussione finale, tramite la chiamata di una società di consulenza strategica: Bain&Company. Cercavano una risorsa a Milano, disponibile ad iniziare il prima possibile, con un minimo di esperienza pregressa, ma soprattutto che parlasse Francese. Diciamo che da un lato ho avuto la fortuna di trovarmi nel posto giusto al momento giusto, ma dall’altro devo anche ammettere di aver investito parecchio tempo nella preparazione del colloquio prima di mandare le candidature. 

Da li è iniziata la mia avventura in consulenza: ho passato i primi mesi in Francia, seguiti da un paio di piccoli progetti in Italia, per poi continuare prima in Grecia e tra Azerbaijan e Georgia, dove sono rimasto per oltre nove mesi. Delle esperienze pazzesche, sicuramente segnanti e formative sotto molti punti di vista, professionali e umani.

Come industries, ho lavorato molto per clienti del settore Oil&Gas, ma ho avuto modo di mettermi alla prova in settori come quelli degli Industrial Goods, l’Healthcare e il Private Equity. Come tipologia di progetto, ho spaziato su tanti temi: dal definire la strategia per l’ingresso su nuovi business, a grossi progetti di ristrutturazione delle Operations e delle funzioni di supporto. 


Dopo quasi 3 anni in Bain, sei entrato in Amazon: come mai questa scelta?


Sono entrato in Amazon tramite referral interno di un ex-collega, durante i primi mesi del lockdown. Una mattina, mi è arrivata il messaggio di una cara amica, che mi chiedeva se fossi interessato ad una posizione in Amazon.

Ovviamente conoscevo l’azienda, ma avevo avuto anche modo di parlare con diverse persone che ci lavoravano e i feedback erano sempre molto coerenti e allineati: ottima cultura aziendale, realtà in forte espansione, mentalità molto imprenditoriale e per certi team quasi di start-up.

La posizione stessa era molto promettente: team cross-Europeo, con l’obiettivo di definire le logiche e seguire alcuni dei progetti più impattanti sulla formazione e lo sviluppo delle risorse di Amazon in ambito Operations. Mi sembrava un’ottima opportunità e l’ho colta: in meno di un mese, ho ricevuto e accettato l’offerta, e mi sono preparato al mio primo onboarding completamente virtuale. 


Di cosa ti occupi in qualità di Senior Business Analyst in Amazon?


Nello specifico, lavoro nel team di Learning and Development. Da un lato mi occupo di tradurre le idee di sviluppo in progetti, preparando business case e definendo le logiche che costituiscono sia gli obiettivi di progetto, che il modo in cui raggiungerli. Dall’altro svolgo quella che potrebbe essere la funzione di un Program Manager, portando aiutando a portare avanti i vari progetti del team. In Amazon c’è una forte spinta sul miglioramento continuo e sull’innovazione: è una posizione molto stimolante e sfidante!


Hai svolto un Phd, lavorato in una società di consulenza e oggi in una grande aziende tecnologica: quali sono, secondo te, le principali differenze tra queste realtà?


Sono tre realtà molto diverse tra loro. Il percorso accademico è forse quello più “solitario”: è una strada incerta, ogni giorno è una scoperta nel vero senso del termine (e non sempre positiva, purtroppo!). Il lato positivo è che si è molto indipendenti, e spesso si ha l’autonomia di scegliere la propria strada e i propri ritmi.

Il mondo della consulenza è molto rapido e stimolante, in cui si impara tantissimo, ma in cambio bisogna essere disposti a fare dei compromessi con la propria vita privata. Si ha l’opportunità unica di vedere tante realtà e di conoscere persone molto brillanti, ma dall’altra si fanno spesso dei progetti “mordi e fuggi”, senza poterne seguire tutta la genesi.

Nel tech, o almeno nel mio team in Amazon, ho trovato un ottimo compromesso: ambiente stimolante come quello della consulenza, work-life balance molto rispettato, e grande indipendenza di lavoro: basta portare i risultati promessi ☺ 

Non saprei consigliare tra i tre (forse, neppure sarebbe possibile universalmente). Tuttavia, una cosa la posso dire: non abbiate paura di fare la scelta sbagliata o di sbagliare durante la vostra carriera. Anzi, perdonatevi in fretta e imparate dagli errori: questo è l’unico modo di crescere veramente, qualsiasi percorso scegliate di percorrere. E, se possibile, sfruttate gli errori di un Mentor!


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