ICT World: la storia di Pietro Grotti, studente di ingegneria informatica del Politecnico di Milano

Tutored incontra Pietro Grotti, studente di ingegneria informatica del Politecnico di Milano  image Tutored incontra Pietro Grotti, studente di ingegneria informatica del Politecnico di Milano
Pubblicato 28 Settembre

In questa rubrica, Tutored ha raccolto le storie di brillanti studenti in ambito informatico, provenienti dalle migliori università italiane.

 

Tutored è il punto di incontro tra studenti, giovani laureati e aziende. All’interno della nostra piattaforma, i membri hanno la possibilità di scoprire gli sbocchi lavorativi in base al loro percorso di studi, conoscere grandi aziende e candidarsi alle numerose opportunità di stage, lavoro e graduate program. La nostra community è formata da giovani uniti dall'ambizione. Su Tutored, raccontiamo le loro storie ed esperienze, con l'obiettivo di ispirare i più giovani e dare un'idea concreta del mondo del lavoro.

 

Innanzitutto, ti chiederei di presentarti come persona, focalizzandoti in particolare sui tuoi interessi, le passioni e le ambizioni che hai avuto sin da giovane, e che ti hanno portato a studiare al Politecnico.

Ciao, mi chiamo Pietro, ho 26 anni e vengo da Genova. L’informatica è una delle mie passioni, ma non può competere con la mia più grande: il basket. Vivo di pallacanestro, sia di quella vista in TV (NBA, Serie A, Eurolega), che di quella praticata nel rettangolo di gioco, dove bastano due ferri e una palla a spicchi per rendermi felice! Mi piacciono anche altri sport, e specialmente quelli all’aria aperta: nel tempo libero cerco di praticare qualsiasi forma di attività fisica. Sono un genoano sfegatato, tifoso dell’Olimpia Milano e fan dei Golden State Warriors. Un’altra grande mia passione è l’escursionismo, sono stato scout per tanti anni e nonostante abbia smesso ormai, non dico mai di no ad un bivacco, una route o un giro di rifugi con amici.

Per quanto riguarda i miei studi, sono sempre stato predisposto alla matematica e alla logica: queste materie mi sono sempre venute in un certo senso “naturali”; tuttavia, in sé mi sono sempre parse troppo astratte: sono un tipo di mentalità più pratica, concreta, insomma ingegneristica. Nell’informatica ho trovato una loro applicazione concreta, tutta da esplorare. Ho scelto bene, nel nostro ambito non si smetti mai di scoprire tecnologie nuove! L’ho preferita a tante altre applicazioni scientifiche perché è affascinante, innovativa, attuale, stimolante e ricca di sfide. 

Ho scelto Milano e il Politecnico per due principali motivi: ambizione e crescita personale. A Genova l’università, e in particolare la facoltà di ingegneria, sono certo molto validi; tuttavia, il Politecnico è considerata l’eccellenza, laurearsi lì significa un indiscutibile biglietto da visita per il mondo del lavoro. Al pari di questa ragione c’era la sfida di andare a vivere da solo, cambiare città, lasciare il luogo in cui ero cresciuto, una realtà comoda e fatta di abitudini ormai consolidate. 

 

Come ti sei trovato al Politecnico di Milano? Come trovi che sia il bilanciamento fra teoria e pratica nella didattica?

 

La mia esperienza al Polimi è stata sicuramente positiva e fondamentale per la mia crescita. Sono davvero grato per tutte le persone che qui incontrato, e con cui ho potuto condividere questi anni preziosi. Il livello dell’insegnamento è davvero alto, i docenti sono molto competenti. Ammetto che per me non è stato facile, specialmente durante la specialistica, dove il carico di studio e il numero elevato di esami mi hanno davvero messo alla prova! Una delle lezioni più dure ricevute dal Politecnico è che senza fatica non si raggiungono traguardi. Un’altra lezione ricorrente è stata che non sempre il risultato ottenuto corrisponde al livello d’impegno che ci si mette.

Queste due cose possono sembrare banalità e luoghi comuni, ma finché non ne fai esperienza non ne capisci la vera portata. Riguardo al bilanciamento tra teoria e pratica, ammetto che la teoria supera decisamente la pratica, il che può sembrare paradossale, visto che in informatica è implementando che si impara più velocemente. Detto questo, concordo con il mantra spesso ripetuto dai professori sull’importanza di acquisire un metodo, piuttosto che delle competenze specifiche. Considerando la velocità con cui l’IT procede, una tecnologia diventa obsoleta molto velocemente. In università a volte mi è parso di imparare una quantità immensa di nozioni teoriche, un inutile accumulo senza un’applicazione pratica. Lavorando mi sono invece reso conto che quanto accumulato negli scorsi anni porta i suoi ottimi frutti in un contesto pratico.

 

Potresti raccontarci di una tua esperienza extrauniversitaria (ma anche, se desideri, più di una) particolarmente rilevante per la tua formazione? Uno stage, un erasmus, un progetto, un’esperienza di volontariato, una passione particolare…

 

In questi anni sono state due le esperienze extrauniversitarie motivo di grande crescita: il volontariato presso il centro Portofranco, e l’Erasmus a Copenhagen. La prima è una realtà in cui, in modo completamente gratuito, accompagniamo ragazzi del liceo o degli istituti tecnici nello studio, specialmente nelle materie in cui fanno più fatica.

In questo luogo ho incontrato tanti ragazzi e le loro storie: è stato davvero appagante sostenerli in anni così delicati della loro crescita in maniera concreta. La cosa che mi ha sempre colpito è che attraverso loro ho avuto modo di conoscermi meglio, guardare alla mia storia in maniera più profonda e retrospettiva, e sperimentare la gioia che nasce dalla gratuità e dall’incontro con gli altri.

La seconda esperienza che ritengo preziosissima per la mia crescita (e che consiglio a tutti gli universitari) è stato l’Erasmus. Ricordo quanto, inizialmente, non avessi alcuna intenzione di farlo: ricordo ancora quando un mio amico, appena tornato dall’estero e gasatissimo per l’esperienza, me lo aveva sponsorizzato come fosse la cosa migliore che si potesse fare nella vita. Prontamente avevo trovato mille scuse per sostenere che fosse inutile, e che non facesse per me. Però quella sua felicità mi aveva affascinato, e quindi piano piano mi sono convinto a farlo. Sostengo che ci siano due motivi molto validi per fare questo genere di esperienze. Il primo è che confrontarsi con una realtà universitaria diversa dalla tua, un metodo di insegnamento e di apprendimento diversi, contribuisce al migliorare quell’elasticità mentale che tanto è apprezzata nel nostro settore (e non solo).

Il secondo motivo per cui fare l’Erasmus è che, conoscendo ragazzi del posto e altri studenti internazionali, incontri diversi modi di pensare. Dal dialogo con le persone conosciute la mia mente si è aperta molto verso altre culture e usanze. Trovo affascinante confrontarmi con modi diversi di vivere e di relazionarsi. 

 

Sappiamo che lavori a tempo pieno come Software developer, e che hai in iniziato a farlo durante l'Università; di cosa ti occupi nello specifico presso Hyris ltd? Com'è stato conciliare lavoro e studio? 

 

Sono stato assegnato allo sviluppo del software “embedded” del nostro prodotto principale, il bCube, uno strumento utilizzabile in ambito biomedico per condurre analisi su acidi nucleici, tramite una tecnica chiamata Polymerase Chain Reaction (PCR). È un compito molto dinamico, visto che devo interfacciarmi con dei moduli sviluppati con linguaggi di programmazione diversi, e che mi permette di ampliare le mie conoscenze in ambito fisico e elettronico, visto che il codice a cui lavoro è, in gergo, “di basso livello”. 
Conciliare studio e lavoro, non mentirò, non è stato per niente facile: per mesi ho avuto l’impressione di non staccare mai, quando finiva il lavoro iniziava l’università, e viceversa. Fortunatamente si è trattato di un periodo di transizione! Alla proposta di Hyris non ho potuto dire di no, è una realtà affascinante e un’azienda giovane e molto promettente. Ho avuto una bellissima impressione fin dal primo colloquio con il nostro CTO Lorenzo, che è stata confermata dal modo in cui sono stato accolto al lavoro dai miei colleghi e dai miei superiori.

Sono stati mesi faticosi sì, ma talmente ricchi sia dal punto di vista professionale che di crescita personale, che tornassi indietro lo rifarei mille volte. La mia esperienza da studente lavoratore è stata faticosa, pur avendo solo la tesi da ultimare dal lato accademico. Quindi non posso che fare i complimenti a quegli studenti che, con ancora esami da dare, si mettono già in gioco nel mondo del lavoro! 

 

Secondo te qual è una tecnologia già esistente (un algoritmo, una componente hardware, una componente software, un progetto…)  le cui potenzialità non sono state a pieno sfruttate? O che ha ampi margini di sviluppo? Una tecnologia che, se sfruttata a dovere, potrebbe avere successo in futuro?

 

In Erasmus ho avuto la possibilità di scoprire un paradigma di programmazione chiamato “programmazione funzionale” (functional programming), complementare al più classico paradigma “orientato agli oggetti” (object-oriented), di cui mi sono innamorato. Questo metodo di utilizzare variabili, formalizzare funzioni e scrivere codici mi ha colpito per il suo essere scalabile, modulare ed efficiente. Al punto che alcuni linguaggi come Java, Python e Javascript negli ultimi anni hanno aggiunto elementi di programmazione funzionale nelle loro core libraries. Il functional programming mi ha aiutato molto a uscire dagli schemi di ragionamento considerati “accademici” riguardo il design del software, e ad avere una mentalità nuova con cui programmare.

Questo paradigma si propone come un ottimo candidato per essere utilizzato in applicazioni molto attuali come sistemi distribuiti, BigData e Machine Learning. Sono già presenti applicazioni commerciali famose basate su F# e Scala, i due linguaggi puramente funzionali più famosi, ma penso che in futuro il numero di questi prodotti software sia destinato ad aumentare consistentemente. Sono convinto che le grandi aziende che dispongono di grandi infrastrutture (e che vogliono sfruttarle a pieno) dovrebbero investire in quella direzione.  

Potrebbe interessarti: