4/06/2019

#IdeeDiCarriera | Lavorare nel settore banking e fintech

Se si pensa al lavoro in banca, la mente corre subito all’idea di una persona che assiste i clienti da uno sportello. Invece, il mondo del credito è in fase di grande trasformazione visto che gli istituti non sono più solo realtà che prestano e gestiscono il denaro altrui.

Per descrivere cos’è oggi l’industria bancaria bisogna partire da due concetti chiave: 
- Open banking
- Fintech

Open banking. Oggi un istituto di credito, oltre ad aprire un conto corrente e consentire i pagamenti tramite carta di credito o bancomat, ha una missione imposta dall’Unione Europea: far sì che i dati sui pagamenti dei clienti siano “liberi”, cioè esportabili da una banca all’altra o tra operatori del settore (con il consenso del cliente). 

Perché? Perché i dati sono il nuovo petrolio dell’economia e permettono agli applicativi e alle transazioni di funzionare meglio e più facilmente senza dover ogni volta raccoglierli e reinserirli da capo nelle diverse piattaforme di pagamento o di verifica.

Ecco quindi che cosa si intende per open banking: una missione a cui le banche devono allinearsi per indicazione di una direttiva Ue, la PSD2. E per farlo hanno bisogno di figure competenti, come ingegneri informatici, esperti legali di trattamento dei dati personali (GDPR), innovatori digitali. I laureati in economia e ingegneria gestionale saranno sempre profili ricercati dalle banche, ma ora c’è sempre più spazio anche per profili tecnico-digitali.

Il secondo concetto chiave, infatti, è Fintech. Un termine che indica come il mondo della finanza si stia trasformando a causa della tecnologia, fino al punto che non sono più le banche classiche le uniche in grado di prestare denaro e gestire pagamenti e conti correnti. 

Chi ha la tecnologia sufficiente per far questo, anche se non è una banca, oggi può potenzialmente operare in questo settore. Se autorizzata dalla legge, anche una start-up o una realtà come Facebook può affiancarsi a strutture come Unicredit, Crédit Agricole, BNP Paribas, Intesa Sanpaolo, Poste Italiane solo per citare le più grandi realtà attive nella Penisola.

Quando parliamo di banking, infatti, intendiamo:

- E-payment, quindi tutti i sistemi digitali che permettono di non usare più il contante per le transazioni (es. non solo l’online banking per bonifici, ma anche le app e le piattaforme per lo scambio di denaro via smartphone, come quelli creati da Satispay o da Poste Italiane);

- Blockchain, cioè la tecnologia che consente di decentralizzare contratti e transazioni tra due parti, senza bisogno di un garante (es. le criptomonete si basano su questo meccanismo, e anche le banche stanno studiando modi per applicare la blockchain ai loro servizi);

- Challenger banks, ovvero tutto quel mondo di start-up e realtà che non nascono come banche ma sfidano le banche facendo concorrenza (es. realtà come N26 che non ha filiali ma eroga carte di debito e bancomat grazie a conti virtuali);

Tutto questo significa che il settore in cui le banche stanno investendo e assumendo al momento è quello della Ricerca e dell’Innovazione per integrare le competenze fintech e open banking delle realtà più innovative nel loro business. Oltre alle banche esistono anche start-up fintech e soprattutto piattaforme di crowdfunding, social-lending o peer-to-peer-lending (il prestito tra privati) che crescono e assumono. C’è poi tutto il mondo dei servizi per i pagamenti digitali alle imprese e alle banche e in cui vale la pena affacciarsi per trovare lavoro. E’ il caso di Nexi (https://www.nexi.it), o della giovane aziende Sum Up (https://sumup.it/). 


Le figure richieste. Per adeguarsi, banche e aziende che lavorano nel mondo dei digital payment stanno assumendo figure un tempo lontane del mondo del credito come:


- Innovation manager,  figura trasversale che ha il compito di aiutare un’impresa, compresa quella bancaria, nel digitalizzare i suoi processi (il Governo ha anche previsto incentivi alle assunzioni di questi profili che possono formarsi con la laurea magistrale in Economics and Management of Innovation and Technology dell’Università Bocconi o più in generale con master executive in management o con il nuovo master della LUISS Guido Carli in digital business strategy); 

- Cryptocurrency expert e blockchain expert, ovvero chi studia e capisce i meccanismi informatici e organizzativi per la gestione delle transazioni con valute virtuali e su circuiti non classici (in basso una selezione dei corsi a cui iscriversi);

- Statistici/matematici e in generale tutti coloro che hanno una laurea STEM, cioè i percorsi in Scienza, Tecnologia, Ingegneria e Matematica); 

- Cyber Security expert, cioè chi sa come mettere in sicurezza i dati e le informazioni che si scambiano durante le transazioni (La Sapienza ha avviato un corso specifico ma in generale ci si può specializzare tramite corsi di sicurezza informatica in tutta Italia).

Unicredit a Milano ha un dipartimento dedicato e una divisione ricerca e innovazione che consente di lavorare a progetti innovativi, come l’utilizzo di machine learning e l’intelligenza artificiale. Lo stesso vale per l’Innovation Center di Intesa Sanpaolo a Torino che lavora a fianco di imprese e start-up.


Dove formarsi. In Italia al momento esistono master che raggruppano sotto il cappello fintech le competenze necessarie per gestire e almeno conoscere il meccanismo blockchain e delle criptovalute (come quello dell’Università Cattolica di Milano o di Lumsa a Roma o ancora la Fintech Academy del Politecnico di Milano). A Pordenone è nata persino l’Accademia della criptovaluta (https://bcademy.it/). Ed è chiaro che in futuro i profili più richiesti saranno quelli con un mix di competenze, economiche e digitali.

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